THE DOCTOR

CELEBRAZIONE GLOBALE IN MONDOVISIONE: PERCHÉ LE SUE VITTORIE PIACCIONO A TUTTI!
NEL 1996, QUANDO A BRNO INIZIÒ LA SUA EPOPEA, QUEL RAGAZZINO DAGLI OCCHI AZZURRI DIMOSTRÒ DI AVERE UNA QUALITÀ FORSE ANCORA PIÙ GRANDE DEL TALENTO IN MOTO: IL CARISMA. UN MAGNETISMO CHE AVREBBE POTUTO FARE DI LUI UN ATTORE O UNA ROCKSTAR
I PIÙ DI 10 MILIONI DI SEGUACI SU FACEBOOK E I QUASI 3 E MEZZO SU TWITTER SONO IL SUO POPOLO. CI SONO TIFOSI DURI E PURI, MA ANCHE I SEMPLICI APPASSIONATI PER CUI MOTOGP È SINONIMO DI VALENTINO, VIP COME MARADONA, CHE LO HA RINGRAZIATO PER L’OMAGGIO DELLA MAGLIA IN ARGENTINA, O BRAD PITT DISPOSTO “A DARE TUTTO PER ESSERE COME ROSSI”
DA CAPIROSSI A BIAGGI A MARQUEZ, I DEMOLITI DA VALENTINO: “LUI FA PERDERE LA TESTA”

Vale Rossi

È successo di nuovo, le statistiche dicono per la 110ª volta, Valentino ha vinto e si è scatenata la festa. Non un party per pochi eletti, ma una celebrazione globale in mondovisione. È la magia di Rossi, ancora più grande di quella che fa in pista. Passano gli anni, i capelli sono più corti ed è spuntata qualche ruga sul viso, ma il tempo sembra essersi fermato nel 1996, quando a Brno il Dottore – che Dottore ancora non era – iniziò la sua epopea.

Quel ragazzino dagli occhi azzurri dimostrò di avere una qualità forse ancora più grande del talento in moto: il carisma. Un fascino non scontato nemmeno per un campione, un magnetismo che avrebbe potuto fare di lui un attore o una rockstar se il sacro fuoco della velocità non avesse deciso altrimenti.

 Per ogni sua vittoria le tv festeggiano record di ascolti, le prevendite per i biglietti dei gran premi aumentano e Valentino si dimostra l’unico vero motore della MotoGp. Non è questione di meccanica, semmai di chimica. Quella che riesce a instaurare con un pubblico sempre più largo.

I più di 10 milioni di seguaci su Facebook e i quasi 3 e mezzo su Twitter sono il suo popolo, giallo come il suo colore. Ci sono tifosi duri e puri, ma anche i semplici appassionati per cui MotoGp è sinonimo di Valentino, l’immancabile casalinga di Voghera o la nonna che vede in lui un altro nipote, Vip come Maradona, che lo ha ringraziato per l’omaggio della maglia in Argentina, o Brad Pitt che dichiarò di essere disposto «a dare tutto per essere come Rossi». I messaggi per lui sono in una babele di lingue, perché campioni del suo calibro diventano apolidi, patrimoni dell’umanità e il colore del passaporto è ininfluente.

L’inglese maccheronico
Il Dottore riesce a parlare a tutti, con il suo inglese maccheronico – per cui è stato coniato il termine «valentinese» – che ne esalta la simpatia da persona comune, simile a quella dell’amico o del figlio scapestrato a cui si perdona tutto. Il tempo delle gag è finito da tempo – e chi ha cercato di imitarlo ha fallito –, ora è più maturo ma non ha perso il gusto per l’ironia, anche verso se stesso. «Quando ho incominciato a correre le gare erano in bianco e nero», scherza sulla sua 21ª stagione mondiale. Anni in cui ha vinto, lottato, perso, gioito e si è rimesso in gioco, senza che la sua immagine si appannasse.

Maturo e speciale
Una delle regole non scritte dello sport recita che chi vince è antipatico, Rossi l’ha scardinata. Solo i guai con il fisco erano riusciti a metterlo in cattiva luce, ma quell’ombra è presto sparita. I detrattori ci sono ma non fanno rumore, neppure quando gli davano del «bollito» sulla Ducati, un capitolo che ha chiuso con eleganza, senza ripicche.

 La vittoria è una festa in cui anche gli sconfitti gli riconoscono i meriti. Non è un caso che gli avversari, Marquez per primo, ribadiscano che riuscire a battere Valentino è qualcosa di speciale. Il Dottore è un marchio – metaforicamente e realmente attraverso la sua azienda VR 46 – che supera le mode e passa indenne attraverso le burrasche. La sua avventura durerà fino alla fine del 2016, «ma spero non sia il mio ultimo contratto» ha dichiarato una decina di giorni fa. Una speranza non solo sua.

In principio fu Loris Capirossi. Poi Max Biaggi, Sete Gibernau, Jorge Lorenzo. Il prossimo paziente del Dottore si chiama Marc Marquez, e anche per lui è pronta la solita cura. «Prima di batterli, li demolisce psicologicamente. Ha il potere di metterli sotto pressione, di costringerli all’errore. E uno dopo l’altro, divora tutti quelli che si mettono tra lui e il traguardo». Carlo Pernat, che fu il suo primo manager, è andato a trovarlo nel box subito dopo l’ultimo trionfo: «Gli brillavano gli occhi di una strana gioia: “Hai visto come l’ho fatto sbagliare? L’ho proprio fregato”, mi ha confessato, riferendosi a Marquez. Demonio».

Valentino sa bene che il tallone d’Achille del catalano è un orgoglio ai limiti della presunzione, un istinto animale che gli impedisce di riflettere, quando lo attaccano: «È uno che si gioca sempre il tutto per tutto», dice il pesarese del rivale. E allora quel sorpasso sfacciato a due giri dal termine, quando forse avrebbe potuto ancora aspettare qualche tornata, non è stato casuale. Anzi. «Sapeva che Marc avrebbe reagito di cattiveria. Che avrebbe perso la testa», continua Pernat.

Il Cannibale doveva lasciarlo passare, accontentarsi di un piazzamento e non buttare via quei 20 punti che valevano oro. Invece no. Livio Suppo, team principal Honda, se lo aspettava: «Marc è uno che ci prova sempre, un pilota che nel finale va al massimo e rischia tutto. È il suo grande talento, quello che lo ha reso campione così giovane e che lo distingue da altri come Lorenzo, Pedrosa, Stoner. Assomiglia a Valentino». Forse. Ma intanto il Dottore gli ha preparato una bella trappola, e lui ci è cascato dentro.

 Sono vent’anni che Rossi fa così, parola di Pernat. «Aveva cominciato con un altro dei miei ragazzi, Loris, nelle 250: in un modo o nell’altro lo ha come “convinto” che il più forte era lui, che era meglio arrendersi subito». E dopo Capirossi, toccò a Biaggi. «Max lo ha sempre sofferto da morire. Vi ricordate la presa in giro della Schiffer e tutti gli altri scherzi? Sapeva come fargli saltare i nervi».

Nel 2004, la battaglia vinta con Gibernau. «Erano grandissimi amici, poi ci fu quel pasticcio in Qatar e dalla conferenza stampa successiva Valentino non gli rivolse più la parola. Lo spagnolo cominciò a starci male, voleva che gli facessi fare pace. Finì per commettere un errore dietro l’altro, e Rossi chiuse il mondiale con 50 punti di vantaggio».

Con Lorenzo all’inizio sembrava che le cose andassero diversamente: era Valentino che pativa il giovane compagno di squadra, addirittura aveva tirato su un muro divisorio tra i due box. Poi se ne andò alla Ducati, che sciagura. «Sì, ma è tornato alla Yamaha e poco per volta è diventato di nuovo il leader del team. Jorge lo soffre da morire, continua a fare pasticci e secondo me cercherà di andarsene ». Quello con la casa di Iwata è un altro capolavoro del Dottore, che dopo un anno di buone prove ha chiesto e ottenuto di partire davvero alla pari con Jorge: la moto è stata ripensata anche per le sue caratteristiche, non solo quelle del maiorchino.

Poi Silvano Galbusera, il capomeccanico fortissimamente voluto al posto dell’ormai sazio Jeremy Burgess. È anche grazie al lavoro di “Galbi” che la Yamaha ha continuato a crescere e oggi è sullo stesso piano della Honda, probabilmente anche più forte in accelerazione. Insomma, è proprio vero: quel Dottore è un demonio.

L’ultimo “paziente” o l’ultima vittima, che poi è lo stesso, prova a mantenere i nervi saldi: «Da Valentino c’è sempre da imparare », dice Marquez con falsa umiltà. Avrebbe voluto polemizzare per quella caduta e la pelle che ancora gli brucia. Ma con Rossi non conviene, mai. Il pesarese se la ride: «Negli ultimi due anni Marc andava via subito, e nessuno riusciva a stargli dietro. Troppo facile, vincere così. Però se gli fai sentire il fiato sul collo, allora cambia tutto. L’unico modo per batterlo è mettergli pressione». Il Dottore, la cura.

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