Carbosulcis, il teatro dell’assurdo

Ripubblichiamo questo articolo di GB Zorzoli, comparso sulla Staffetta Quotidiana

Non fosse per il dramma di 463 lavoratori (e delle loro famiglie) che vedono a rischio il posto di lavoro, la vicenda della Carbosulcis potrebbe essere assimilata a una piéce del teatro dell’assurdo o, per quanto riguarda la mia esperienza professionale, anche a un remake di un film di successo, “Ritorno al futuro”.

Infatti, è come se fossi stato proiettato indietro agli anni ’80, quando fui coinvolto in discussioni sulla crisi della miniera sarda, dove per tenerla in vita venivano avanzate proposte che, salvo qualche aggiornamento, sono le stesse sul tappeto in questi giorni. E il paradossale, oggi come allora, nasce dal fatto che nei progetti per mantenere aperta la miniera si continua a sorvolare su un dato inoppugnabile: il carbone del Sulcis non è assimilabile a quello normalmente utilizzato come combustibile. Quest’ultimo ha infatti un contenuto sia di zolfo, sia di ceneri compreso nell’antracite all’incirca fra 0,5% e 2%, con il limite superiore che sale intorno al 4% nel litantrace, mentre dalle miniere del Sulcis esce un prodotto, non a caso definito “carbone sub-bituminoso a lunga fiamma”, che ha più del 6% di zolfo e circa il 20% di ceneri. Per avere un’idea di cosa ciò significhi in termini di inquinamento ambientale, una legge del 1966, quando la sensibilità in materia era assai inferiore all’attuale, prescriveva un limite dell’1% al contenuto di zolfo nel carbone da utilizzare nelle centrali termoelettriche.

Rispetto al 1966, disponiamo oggi di desolforatori efficienti, che consentono di bruciare carboni con un tenore di zolfo superiore all’1%, ma quelli esistenti sono stati progettati tenendo conto di tassi di impurità comunque simili a quelli sopra indicati. Non sono quindi in grado di depurare in modo efficiente fumi con un contenuto di anidride solforosa così elevato come quelli in uscita da una caldaia in cui si bruciasse soltanto carbone del Sulcis. Non a caso Enel può utilizzarne solo una frazione, miscelata con carboni di normale qualità. Del teatro dell’assurdo fa anche parte l’accusa a Enel di preferire carbone cinese, perché meno costoso. Non so dove faccia i suoi acquisti Enel, ma, poiché per il maggiore contenuto di impurità il prodotto del Sulcis ha un potere calorifico pari al 75%-80% di quello estratto di norma da altre miniere, anche se il costo di estrazione in euro, dollari o yuan per tonnellata fosse lo stesso, come valore energetico il carbone del Sulcis costerebbe pur sempre fra un quarto e un terzo in più.

Già negli anni ‘80 questi incontrovertibili dati di fatto indussero i più realistici sostenitori della Carbosulcis a proporre la gassificazione del carbone, un processo che consente di separare agevolmente le impurità e mette a disposizione una miscela di ossido di carbonio, anidride carbonica, idrogeno, metano. Anche per i gassificatori si ripresenta però, aggravato, un problema analogo a quello dei desolforatori: gli impianti in commercio non sono in grado di gestire una materia prima che ha un contenuto di ceneri dieci-venti volte superiore a quello dei normali carboni. Bisognerebbe sviluppare ex-novo un gassificatore ad hoc che, a parte le spese per il suo sviluppo, sarebbe certamente molto più costoso di uno tradizionale. Infatti non se ne fece nulla trent’anni fa e si continua a non farne nulla anche oggi.

Per dare un tocco di modernità a questo assurdo, si è aggiunta la proposta di realizzare in situ il sequestro dell’anidride carbonica presente nel gas in uscita dal gassificatore e il suo successivo stoccaggio nella miniera. In realtà si tratta di una soluzione di ripiego, perché inizialmente il progetto prevedeva che l’anidride carbonica fosse iniettata nel carbone per estrarne il cosiddetto metano “embedded”; solo che in misura significativa il metano finora non è stato trovato. Sul progetto CCS in sé, non si può che sottoscrivere la dichiarazione del sottosegretario De Vincenti (v. Staffetta 30/08): “non sta in piedi”, costerebbe 200.000 euro l’anno per otto anni e per ogni minatore.

Morale della favola: da decenni si illudono i minatori della Carbosulcis, sostenendo che esistono soluzioni sostenibili per mantenere in esercizio la miniera. Con meno di quanto nel frattempo si è speso per tenere in piedi questo teatro dell’assurdo, sarebbe stato possibile avviare e consolidare attività alternative, certamente in grado di assorbirne le risorse umane, probabilmente di creare altre opportunità di lavoro. Di essere stati presi in giro, i minatori se ne rendono conto, e questo spiega la durezza delle loro iniziative e la minaccia di metterne in atto altre, più radicali. Purtroppo i responsabili della situazione in cui si trovano non sono quelli, Enel in testa, da loro individuati.

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